Una partita di tennis e il paradosso dell’attenzione
Stavo giocando a tennis con mio figlio.
Lui è molto più forte di me, non c’era partita. Eppure avevo un desiderio semplice, quasi innocente: non perdere troppo male. Mi sarebbe bastato fare un gioco. Un 6-1. Anche un 6-2.
Un obiettivo piccolo, ragionevole. Ho fatto tutto per bene. Ho focalizzato l’obiettivo. L’ho visualizzato.
Mi sono vista fare il punto. Mi sono vista soddisfatta. Probabilmente, insistendo ancora un po’, mi sarei anche vista stringere la coppa.
Insomma, ho seguito il protocollo. Passo per passo. Peccato che stessi giocando malissimo.
Ero distratta, rigida, poco presente. Predata da un’ansia strana e sproporzionata: ansia da prestazione, anche se stavo giocando con mio figlio, anche se non c’era nulla da dimostrare.
Più cercavo il risultato, più il gioco si spegneva. Il corpo teso, la testa altrove. Il piacere sparito.
A un certo punto mi sono fermata. Mi sono detta: no, così non funziona. Non mi sto divertendo. E se non mi sto divertendo, qualcosa è fuori asse. Allora ho fatto una scelta controintuitiva: ho lasciato cadere l’obiettivo.
L’ho dimenticato del tutto.
Niente più 6-1, niente più punti da conquistare, niente più conti mentali.
Ho provato a stare solo lì. Nel colpo che stavo per fare. Nel movimento del corpo. Nel rimbalzo della palla.
Nel qui e ora del gioco. E, quasi senza accorgermene, ho fatto il primo punto. Non perché lo stessi cercando, ma perché ero presente.
Poi il secondo. Poi il terzo. Alla fine ho perso 6-3, con grande soddisfazione.
Quella partita mi ha chiarito una cosa che spesso viene lasciata fuori dal racconto: l’obiettivo serve per orientare, non per abitare. È una direzione sulla mappa. Poi però bisogna alzare lo sguardo, smettere di fissare il cartello e camminare.
Perché se l’obiettivo resta sempre lì davanti, diventa ingombrante.
Ti guarda. Ti giudica. Ti mette fretta.
E nel frattempo ti fa perdere l’unico luogo in cui puoi davvero giocare, vivere, creare: il presente.
Io, quando ho smesso di cercare il punto, ho ricominciato a giocare.
E solo allora il punto è arrivato.
L’obiettivo indica la direzione. La presenza fa il passo. Tutto il resto è rumore


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