• Oltre il volto

    Oltre il volto: la potenza del ritratto e dell’autoritratto nella relazione

    C’è qualcosa di profondamente trasformativo nell’essere guardati davvero.

    Non osservati distrattamente. Non valutati. Non misurati. Guardati.

    Il ritratto, in fondo, nasce da questo: uno sguardo che si posa su di noi e prova a restituirci qualcosa. Non una copia del nostro volto, ma un’interpretazione, una percezione, un sentire. E qui accade qualcosa di straordinario.

    Quando l’altro diventa uno specchio

    Noi abbiamo un’idea di noi stessi, certo. Un racconto interno costruito nel tempo, fatto di esperienze, giudizi, successi, ferite.
    Ma quell’immagine è parziale.

    Quando qualcuno ci ritrae, anche in modo semplice, anche con un segno imperfetto o un collage istintivo, ci sta dicendo: “Io ti vedo così.
    E quella visione può sorprenderci.

    A volte ci riconosciamo. A volte non ci riconosciamo affatto. A volte scopriamo parti che non avevamo mai considerato.
    Vedersi attraverso gli occhi dell’altro modifica la percezione che abbiamo di noi stessi. Può ampliare, incrinare, arricchire, ammorbidire l’immagine che ci portiamo addosso.
    È un’esperienza potente perché mette in dialogo due identità: la nostra e quella che l’altro percepisce.

    L’autoritratto: incontrare sé stessi

    Se il ritratto è relazione, l’autoritratto è ascolto. Quando proviamo a rappresentarci , non come appariamo, ma come ci sentiamo, entriamo in uno spazio intimo. Ci chiediamo:

    Come sto davvero? Quale parte di me vuole emergere? Cosa si muove dentro che non ha ancora forma?

    L’autoritratto non è un esercizio estetico. È un atto di consapevolezza. È fermarsi, guardarsi e dare dignità a ciò che si prova.
    In questo gesto c’è accettazione. C’è coraggio. C’è trasformazione.

    La relazione come luogo di cambiamento

    Ma è nell’incontro tra ritratto e autoritratto che avviene il vero passaggio. Io mi vedo. Tu mi vedi. Io scopro come mi vedi.
    Tu scopri come ti vedo. In questo scambio si crea uno spazio nuovo, una terza dimensione: la relazione.
    Il ritratto e l’autoritratto, quando vissuti come esperienza relazionale, non sono semplici attività artistiche. Sono pratiche di presenza. Ci insegnano che l’identità non è qualcosa di fisso. È un processo. Si modella nell’incontro. Si ridefinisce nel dialogo.

    Attraverso la relazione cambiamo. Sempre. Non perché qualcuno ci imponga di farlo, ma perché l’incontro ci espone a prospettive diverse, a emozioni inattese, a riflessi che non controlliamo.

    Ogni relazione è uno specchio che ci restituisce qualcosa. Ogni connessione autentica ci modifica. Forse è questo il senso più profondo delle relazioni: non solo stare insieme, ma evolvere insieme. Crescere grazie allo sguardo dell’altro. Espandere la percezione di sé attraverso il confronto.
    Lasciarsi toccare, smuovere, trasformare. Creare connessioni per evolvere

    In un tempo in cui siamo costantemente esposti ma raramente davvero visti, fermarsi a guardare e a lasciarsi guardare diventa un atto rivoluzionario.

    Il punto è imparare a guardare meglio. E a lasciarsi guardare. Ogni volta che qualcuno ci restituisce un’immagine di noi, qualcosa si muove. Ogni volta che proviamo a rappresentarci, qualcosa si chiarisce. In questo scambio sottile tra sguardo e presenza, tra segno e corpo, si apre uno spazio di trasformazione.

    E forse, in fondo, è proprio questo il cuore di ogni percorso di crescita: creare connessioni autentiche per evolvere, cambiare, diventare più consapevoli.

    Forse il senso profondo delle relazioni è proprio questo: offrirci nuovi specchi per scoprire chi possiamo diventare. Andare, insieme, oltre il volto.

    Ti aspettiamo Sabato 7 marzo, presso Spazio Altro in Piazza Carenzi 2 a Novi ligure.

    Oltre il volto
  • Non siamo un solo colore. Siamo luce.

    Quando ci descriviamo, tendiamo a farlo con una sola tonalità.

    Ci hanno insegnato a definirci. Introverso. Creativa. Razionale. Empatico. Fragile. Forte.

    Una definizione. Un colore. Come se la nostra identità fosse una parete tinteggiata in modo uniforme. Come se scegliere una tonalità significasse dover rinunciare a tutte le altre. Eppure la natura ci racconta un’altra storia.

    La luce non è bianca. È completa.

    La luce che chiamiamo “bianca” non è un colore neutro o vuoto.
È l’insieme di tutte le lunghezze d’onda visibili, da circa 380 a 700 nanometri.

    Quando attraversa un prisma, come mostrò Newton nel XVII secolo, si scompone nei colori dello spettro: rosso, arancione, giallo, verde, blu, violetto. Il prisma non crea i colori. Li separa. La fisica lo dimostra: la luce contiene tutto. Non è assenza di colore. È presenza totale.
    E noi?
    Quante volte ci limitiamo a vivere come se fossimo un solo raggio?

    Il colore è relazione

    Un oggetto non “è” rosso in senso assoluto.
Appare rosso perché riflette alcune frequenze luminose e ne assorbe altre. Il colore nasce dall’incontro tra luce, materia e percezione.
    Anche la nostra identità funziona così: non è un blocco rigido, ma il risultato di relazioni, contesti, esperienze.
    Non siamo una tinta fissa. Siamo un sistema dinamico.

    La tentazione di scegliere un solo colore

    Il cervello ama la coerenza.
Le etichette ci aiutano a orientarci nel mondo e a essere riconosciuti dagli altri. Dire “sono fatto così” riduce l’incertezza.

    Ma c’è un costo.

    Quando ci identifichiamo solo con una parte di noi — il lato forte, quello fragile, quello creativo, quello razionale — stiamo selezionando una sola frequenza dello spettro.
    È come abitare una stanza piccola quando l’intero edificio è nostro.
    La porta non è chiusa.
Semplicemente, ci siamo convinti che quella stanza ci rappresenti del tutto.

    ll rosso che trattieni

    Il rosso è energia, azione, desiderio.
Quante volte lo spegni per paura di essere “troppo”?

    Il blu che non mostri

    Il blu è profondità, silenzio, introspezione.
Quante volte lo nascondi per sembrare più brillante, più leggero, più accettabile?

    Il giallo che dimentichi

    Il giallo è gioia, vitalità, gioco.
Quante volte lo metti da parte perché “non è il momento”?

    Ci auto-assegniamo un’etichetta cromatica e la difendiamo come fosse la nostra identità definitiva. Ma l’identità non è una tinta piatta. È uno spettro dinamico.

    Il rischio di scegliere un solo colore

    Quando scegliamo un solo colore: riduciamo la complessità a una caricatura, smettiamo di esplorare parti di noi, entriamo in ruoli che diventano gabbie

    È più semplice dire “io sono fatto così” che attraversare la porta. Ma quella frase è spesso una forma elegante di prigionia.
    La verità è più scomoda e più potente: siamo molto più grandi della versione che mostriamo.

    Il coraggio di essere luce

    Essere luce significa accettare la molteplicità. Non è incoerenza. È completezza.

    La luce non si scusa per contenere tutti i colori.
Non sceglie. Si manifesta. E quando attraversa il prisma della vita, esperienze, relazioni, crisi, successi , mostra sfumature diverse.

    Non cambia essenza. Cambia espressione. E forse la vera domanda non è:
“Chi sono?”

    Ma:
“Quali parti di me non sto lasciando passare attraverso il prisma?”

    La porta è già aperta.
    Se smettessi di definirmi con un solo colore, quali stanze inizierei ad abitare?

    Non siamo un solo colore. Siamo luce.
    Piramidi per cromoterapia. per info: [email protected]

  • Mangiare è psicologia e salute

    Il rapporto con il cibo come relazione con sé stessi: consapevolezza, equilibrio e mindful eating

    di Roberto Lasagna

    Il cibo, e in particolare i pranzi principali, sono occasioni per stare insieme — prima di tutto con noi stessi, individui bisognosi di gusto, attenzioni e armonia. È un impegno che dobbiamo prenderci indipendentemente dall’avere o meno una compagnia, perché non è salutare mancare agli appuntamenti che ci richiamano al nostro ruolo responsabile verso noi stessi/e, alla funzione e all’assaporamento dei pasti principali.

    Cibo e piacere: quando nasce lo squilibrio

    Il cibo viene troppo spesso utilizzato come strumento per il piacere e non per le sue caratteristiche nutritive. Sin dalla poppata infantile associamo il piacere al cibo, il senso di pienezza al benessere.

    Il cibo diventa un problema quando non è utilizzato per soddisfare i reali bisogni del nostro corpo ma viene usato come fonte di compensazione per la mancanza di gratificazioni e piaceri. È assai problematico quando esso diventa la fonte principale di soddisfazione.

    La carenza di piacere, di serotonina e di dopamina viene talvolta affrontata attraverso comportamenti che, nei casi più drammatici, conducono ai disturbi del comportamento alimentare che affrontiamo nel prossimo capitolo.

    Mangiare come atto di consapevolezza

    L’orizzonte di consapevolezza a cui ci invitano la meditazione, la psicoterapia o la pratica del mindful eating ci porta a quel compito di attenzione che dobbiamo preservare in tutti gli aspetti della nostra vita.

    L’atto di mangiare diventa così un momento importante e potenzialmente armonico della nostra esistenza, dove i piatti ristorano e nutrono una relazione, fatta di gusto, attenzioni e piacere, con noi stesse/i. Una relazione che segna e condiziona la salute, diventando espressione del nostro benessere.

    Che cos’è il mindful eating

    Il mindful eating necessita di un avvicinamento graduale, perché diventa più facile con la costanza. Si tratta di acquisire uno stato mentale che ci focalizza sul qui e ora, alla ricerca di una maggiore consapevolezza delle sensazioni avvertite, con il proposito di lasciare da parte ogni giudizio.

    Le sensazioni vanno accolte e l’intenzione da coltivare è un’accettazione di quanto non è in nostro potere cambiare. I vantaggi emotivi, psicologici e fisici nascono dal vivere l’esperienza del momento, osservando il cibo e il nostro atteggiamento nei suoi confronti, evitando divagazioni del pensiero, rimuginazioni sul passato e fughe nel futuro.

    È uno stato che va perseguito con costanza per vivere ogni attimo nella sua intensa profondità, fatta di suoni, profumi, odori e sensazioni che recano un’esperienza rigenerante di nutrimento per il cervello.

    Mangiare con tutti i sensi

    Senza abbuffarsi, ma dando espressione ai gusti composti di aspetti sensoriali completi, le intense sensazioni, i suoni e gli odori vanno assaporati con calma e lentezza, con meno impulsività e più equilibrio.

    In una prospettiva mindfulness il primo compito è evitare di mangiare con fretta: correndo, trangugiando qualunque tipo di cibo durante un lavoro, una telefonata o un documento da completare.

    Il pasto ha bisogno di attenzioni. Deve essere vissuto come un momento lontano da fonti di distrazione. Richiede di essere presenti a sé stesse/i, di annusare, toccare, gustare i cibi.

    La percezione va resa piena e completa:
    i cibi vanno osservati nella forma, assaporati nei profumi, ammirati nei colori e anche nei suoni che emettono quando mastichiamo e beviamo.

    Il cibo entra in contatto con il corpo e può essere accolto come linfa che arricchisce il cervello e allevia lo stress.

    Lentezza, calma, presenza

    Il mindful eating invita a un atteggiamento calmo: gustare con lentezza e senza avidità ogni boccone, dare tempo alla masticazione, non pensare subito a ciò che succederà dopo, evitando di lanciarci nel nuovo impegno (come quando finiamo velocemente un panino per riaccendere il computer o mandare un messaggio).

    Calma e serenità sono presupposti — e anche conseguenze — di questo atteggiamento. Significa esercitarsi ad avvertire le sensazioni che proviamo davanti a un gusto o ingrediente, senza passare velocemente oltre, ma soffermandosi su quel sapore e sulle emozioni che suscita.

    Ascoltare i segnali del corpo

    Il mindful eating richiede di prendersi tempo e prestare attenzione alle reazioni del corpo:
    alle ghiandole salivari, allo stomaco, ai segnali della fame.

    Possiamo assecondarli in modo non automatico ma delicato e rispettoso dell’armonia e del senso di leggerezza a cui porta una condotta consapevole delle sensazioni e delle emozioni (e non “sedate” attraverso il mangiare compulsivo).

    La consapevolezza inizia prima del pasto

    I pranzi andrebbero rispettati e già prima di ogni pasto, quando si cucina o si preparano i cibi, andrebbe favorito un atteggiamento riflessivo e valorizzante verso i singoli componenti della ricetta.

    Imparare a percepire gli elementi toccandoli, annusandoli, assaggiandoli permette di arrivare al pasto già in parte soddisfatti, non del tutto a digiuno, assaggiando poi lentamente e percependo il sapore e l’odore di ogni boccone.

    Lo stesso vale per le bevande, come i vini: va evitato di bere velocemente, perché ogni goccio va assaporato.

    Cibo, meditazione e benessere

    Il mindful eating presuppone che la meditazione sia una presenza nella nostra vita. Può essere inserita nella giornata per aumentare il benessere, diventando un alleato per vivere in armonia il rapporto con il cibo.

    Un benessere che possiamo monitorare chiedendoci:

    • Come mi sento?
    • Sto soddisfacendo i bisogni del corpo?
    • Mi sto prendendo cura di me con serenità?

    Da qui può nascere un ritrovato senso di leggerezza e libertà.

  • Quando l’obiettivo funziona solo se lo dimentichi

    Una partita di tennis e il paradosso dell’attenzione

    Stavo giocando a tennis con mio figlio.

    Lui è molto più forte di me, non c’era partita. Eppure avevo un desiderio semplice, quasi innocente: non perdere troppo male. Mi sarebbe bastato fare un gioco. Un 6-1. Anche un 6-2.
    Un obiettivo piccolo, ragionevole. Ho fatto tutto per bene. Ho focalizzato l’obiettivo. L’ho visualizzato.
    Mi sono vista fare il punto. Mi sono vista soddisfatta. Probabilmente, insistendo ancora un po’, mi sarei anche vista stringere la coppa.
    Insomma, ho seguito il protocollo. Passo per passo. Peccato che stessi giocando malissimo.

    Ero distratta, rigida, poco presente. Predata da un’ansia strana e sproporzionata: ansia da prestazione, anche se stavo giocando con mio figlio, anche se non c’era nulla da dimostrare.
    Più cercavo il risultato, più il gioco si spegneva. Il corpo teso, la testa altrove. Il piacere sparito.

    A un certo punto mi sono fermata. Mi sono detta: no, così non funziona. Non mi sto divertendo. E se non mi sto divertendo, qualcosa è fuori asse. Allora ho fatto una scelta controintuitiva: ho lasciato cadere l’obiettivo.

    L’ho dimenticato del tutto.
    Niente più 6-1, niente più punti da conquistare, niente più conti mentali.
    Ho provato a stare solo lì. Nel colpo che stavo per fare. Nel movimento del corpo. Nel rimbalzo della palla.
    Nel qui e ora del gioco. E, quasi senza accorgermene, ho fatto il primo punto. Non perché lo stessi cercando, ma perché ero presente.

    Poi il secondo. Poi il terzo. Alla fine ho perso 6-3, con grande soddisfazione.

    Quella partita mi ha chiarito una cosa che spesso viene lasciata fuori dal racconto: l’obiettivo serve per orientare, non per abitare. È una direzione sulla mappa. Poi però bisogna alzare lo sguardo, smettere di fissare il cartello e camminare.

    Perché se l’obiettivo resta sempre lì davanti, diventa ingombrante.
    Ti guarda. Ti giudica. Ti mette fretta.

    E nel frattempo ti fa perdere l’unico luogo in cui puoi davvero giocare, vivere, creare: il presente.
    Io, quando ho smesso di cercare il punto, ho ricominciato a giocare.

    E solo allora il punto è arrivato.
    L’obiettivo indica la direzione. La presenza fa il passo. Tutto il resto è rumore

  • Quando la corazza cade

    La Mustera e il percorso naturale verso il cuore

    In natura esistono processi che, se osservati con attenzione, sembrano raccontare molto più di ciò che appare.

    La Mustera è uno di questi. Tutto inizia da un fiore.

    Un fiore giallo, dalla forma particolare, armoniosa, quasi già completa in sé. È delicato, aperto, visibile. In quel momento non è ancora frutto, ma porta già in sé la promessa di ciò che diventerà.

    Con il tempo, quel fiore si trasforma. Il frutto che nasce mantiene la stessa forma del fiore, come se non avesse dimenticato la sua origine. È più grande, più denso, più “pieno”. Ma ora è rivestito da una corazza verde, fatta di squame, una protezione spessa che lo isola dall’esterno.

    È una fase di passaggio, di crescita, di apparente chiusura. In questo stadio la Mustera è tossica.

    Non può essere mangiata, non è pronta. E non lo è perché non ha ancora completato il suo processo.

    Poi accade qualcosa di straordinario. Quando il frutto è davvero maturo, non viene sbucciato dall’esterno. È lui stesso che si apre. La scorza si separa naturalmente, le squame si allontanano, come se la corazza non servisse più. Solo allora si rivela l’interno: morbido, profumato, estremamente dolce.

    La Mustera dichiara da sola quando è pronta.

    Una metafora dell’essere umano

    Osservando questo processo, è difficile non riconoscere qualcosa di profondamente umano. Anche noi, come la Mustera, nasciamo “fiore”: aperti, sensibili, autentici.

    Crescendo, però, costruiamo una corazza. Fatto di difese, ruoli, aspettative, paure, adattamenti. Una protezione necessaria, spesso, per attraversare la vita. Ma quella corazza, se resta troppo a lungo, diventa una distanza. Ci protegge, sì, ma ci separa dal nostro cuore.

    La nostra vera maturazione non consiste nell’indurirci, ma nel lasciare andare ciò che non serve più.

    Come il frutto, anche noi siamo chiamati — prima o poi — a spogliarci delle difese, non perché qualcuno ce lo imponga, ma perché arriva un momento in cui sentiamo che è possibile farlo. Ed è solo allora che possiamo entrare in contatto con ciò che siamo davvero: la nostra anima, la nostra parte più dolce, vera, vitale.

    Il tempo giusto

    C’è un altro insegnamento prezioso nella Mustera: se viene aperta troppo presto, è tossica.

    Forzare i processi, in natura come nella vita, non porta beneficio. La crescita, la consapevolezza, la trasformazione hanno bisogno di tempo, ascolto, rispetto dei propri ritmi. Non possiamo essere “aperti” per dovere o per moda. Possiamo esserlo solo quando siamo pronti.

    La Mustera non ha fretta. E quando è il momento, si apre da sola.

    Forse anche per noi il vero percorso non è “rompere” la corazza, ma creare le condizioni perché, un giorno, non sia più necessaria.

    E allora, come il frutto maturo, potremo finalmente offrire a noi stessi e al mondo la parte più autentica e nutriente di noi stessi.

  • Fiori di Bach e Radioestesia: energia e armonia

    Scopri come la combinazione di rimedi floreali e percezione energetica può migliorare il tuo equilibrio emotivo.

    I Fiori di Bach rappresentano uno dei rimedi naturali più efficaci e innocui per il benessere emotivo e interiore. Creati dal medico britannico Edward Bach nel secolo scorso, questi 38 rimedi floreali sono pensati per alleviare i disagi psicologici alla base di molte manifestazioni fisiche, offrendo un aiuto delicato ma profondo.

    Cosa Sono i Fiori di Bach?

    I Fiori di Bach sono essenze preparate raccogliendo i fiori nel momento di massima fioritura e immergendoli in acqua di sorgente. Questa acqua, esposta al sole o riscaldata, “assorbe” le vibrazioni energetiche dei fiori, creando così un rimedio vibrazionale. Questi fiori sono per lo più piante spontanee che crescono negli stessi ambienti in cui viviamo, come gli Appennini o le Alpi, permettendo una risonanza energetica ottimale con chi li utilizza.

    Il principio alla base è semplice: ogni fiore corrisponde a un’emozione o a un atteggiamento mentale specifico, e il loro uso mira a ristabilire l’equilibrio emotivo, favorendo la salute complessiva.

    La Radioestesia: Leggere le Energie Invisibili

    La radioestesia è una pratica antica che si basa sulla percezione delle energie sottili che fluiscono nel nostro corpo e nell’ambiente. Attraverso strumenti come il pendolo, il radioestesista individua eventuali squilibri energetici e può intervenire per riequilibrare il flusso energetico.

    In relazione ai Fiori di Bach, la radioestesia può essere un valido strumento per individuare con precisione quali rimedi siano più indicati per una persona in un determinato momento, evitando così tentativi casuali e aumentando l’efficacia del trattamento.

    L’Unione tra Fiori di Bach e Radioestesia

    Combinare i Fiori di Bach con la radioestesia consente di creare un percorso di benessere personalizzato e mirato. Il pendolo permette di “dialogare” con l’energia individuale, selezionando i fiori più adatti a riequilibrare lo stato emotivo e energetico della persona.

    Questo approccio consente di ottimizzare il trattamento, scegliendo non solo quali fiori assumere, ma anche la giusta combinazione e frequenza, per un’azione più rapida e duratura.

    Benefici di Questa Combinazione
    • Approccio Personalizzato: ogni trattamento è unico, studiato sulle esigenze energetiche della persona.
    • Effetto Rapido e Profondo: la selezione precisa migliora la risposta emotiva e fisica.
    • Metodo Naturale e Non Invasivo: si rispettano i ritmi e l’equilibrio naturale del corpo e della mente.
    • Maggiore Consapevolezza Energetica: imparare a riconoscere e gestire le proprie energie emotive.

  • Diamo forma alle emozioni

    Workshop di Costellazioni Emotive ed Espressione Creativa – 25 gennaio

    Quando non vengono ascoltate, possono trasformarsi in tensioni, stanchezza, confusione o difficoltà che si ripetono nel tempo.

    Il workshop “Diamo forma alle emozioni”, in programma domenica 25 gennaio, nasce con l’intento di creare uno spazio sicuro e guidato in cui poter riconoscere, esprimere e trasformare ciò che si muove dentro di noi, utilizzando strumenti esperienziali e non giudicanti.

    Un laboratorio intensivo per lavorare sulle emozioni

    Questa giornata è pensata come un laboratorio intensivo, in cui il lavoro sulle emozioni avviene attraverso il corpo, il gesto, il colore e la relazione.
    Non è richiesto saper disegnare o avere esperienze precedenti: l’espressione creativa e le costellazioni emotive diventano strumenti di ascolto profondo, accessibili a tutti.

    Attraverso l’espressione creativa daremo forma visibile alle emozioni, lasciando che segni e colori raccontino ciò che spesso non trova parole.
    Con le costellazioni emotive lavoreremo su ciò che emerge, per osservare e trasformare dinamiche interiori, schemi ripetitivi e vissuti che chiedono integrazione.

    Il programma della giornata

    • Ore 10.00 – Accoglienza
    • Ore 10.30 – Rilassamento e preparazione alle attività
    • Ore 11.00 – Espressione creativa: segni e colori per esplorare le emozioni
    • Ore 11.45 – Costellazioni emotive: trasformare ciò che emerge
    • Ore 13.30 –
      Pranzo consapevole, preparato con ortaggi biologici di stagione raccolti direttamente dall’orto, accompagnato da:
      • un intervento di naturopatia
      • una breve esperienza di radiestesia applicata agli alimenti, per esplorarne la vitalità e il legame con il benessere del corpo e delle emozioni
    • Ore 15.00 – Costellazioni emotive
    • Ore 18.30 – Condivisione e chiusura del percorso

    Il pranzo non è una semplice pausa, ma parte integrante del lavoro: un momento di ascolto e integrazione, in cui il cibo diventa nutrimento fisico ed energetico.

    Il luogo che ci accoglie

    Il workshop si svolge presso Sale in Zucca, una micro-azienda agricola specializzata nella produzione di ortaggi biologici, immersa nella natura, in località Cuquello, accanto alla chiesa di San Secondo.
    Un contesto semplice e autentico, che sostiene il lavoro di ascolto e presenza.

    A chi è rivolto

    Questo laboratorio è indicato per chi:

    • sente il bisogno di lavorare sulle emozioni in modo concreto
    • vive schemi emotivi o relazionali che si ripetono
    • attraversa un momento di cambiamento o ricerca
    • desidera ritrovare chiarezza, leggerezza ed equilibrio

    Conduce il workshop

    • Roberta Ceccoli – facilitatrice, counselor e naturopata
    • Micaela Picasso – arti visive e coaching

    Informazioni pratiche

    Costo del laboratorio: 60 euro (pranzo incluso)
    Posti limitati

    Info e iscrizioni:
    [email protected]
    335 729 9283 – 333 470 3379

    Domenica 25 gennaio – Sardigliano
    Presso “Sale in Zucca”, Via del Pozzo 9, fraz. Malvino

  • Nutrizione responsabile: ascoltare il cibo, ascoltare se stessi

    Mangiare non è solo un gesto automatico.
    Ogni alimento che scegliamo entra in relazione con il nostro corpo, con le nostre emozioni e con la nostra energia.

    La nutrizione responsabile nasce proprio da questo ascolto: non seguire regole rigide, ma imparare a sentire cosa ci nutre davvero, momento per momento.

    Spesso il rapporto con il cibo è guidato dall’abitudine, dalla fretta o da schemi ripetitivi. Eppure il corpo comunica continuamente, attraverso segnali sottili che meritano attenzione.

    Il cibo come energia, non solo come nutrimento

    Ogni alimento possiede una propria qualità energetica, legata alla sua origine, alla stagionalità, al modo in cui è stato coltivato e preparato.
    Verdure fresche, cibi semplici e stagionali portano con sé un’energia diversa rispetto a cibi industriali o altamente processati.

    Quando mangiamo in modo distratto, questa relazione si perde.
    Quando invece rallentiamo e portiamo presenza, il pasto diventa un vero momento di riequilibrio.

    La radiestesia come strumento di ascolto

    All’interno del lavoro del Centro utilizziamo anche la radiestesia come strumento di ascolto energetico.
    Applicata al cibo, non serve a stabilire cosa è “giusto” o “sbagliato”, ma ad osservare la risposta energetica di un alimento in relazione alla persona e al momento che sta vivendo.

    Attraverso la radiestesia possiamo:

    • percepire la vitalità di un alimento
    • osservare come entra in risonanza con il corpo
    • sviluppare maggiore consapevolezza nelle scelte quotidiane

    È un modo per allenare l’ascolto e la sensibilità, non per delegare decisioni.

    Il pranzo come parte del percorso

    Durante il workshop del 25 gennaio, il momento del pranzo non è una semplice pausa.
    È parte integrante del lavoro: un’esperienza di nutrizione consapevole, in cui il cibo diventa occasione di integrazione di ciò che è emerso durante le attività emotive e creative della mattina.

    Il pranzo sarà preparato con alimenti biologici e di stagione, raccolti direttamente dall’orto, e accompagnato da un momento di condivisione in cui verranno esplorate:

    • le qualità energetiche degli alimenti
    • il loro impatto su corpo ed emozioni
    • l’ascolto delle sensazioni prima e dopo il pasto

    Attraverso la radiestesia, osserveremo insieme come il cibo dialoga con la nostra energia, trasformando il pasto in un’esperienza di presenza e consapevolezza.

    Nutrire il corpo per sostenere il cambiamento

    Quando lavoriamo sulle emozioni, è fondamentale sostenere anche il corpo.
    Un’alimentazione semplice, rispettosa e consapevole aiuta a integrare il lavoro emotivo e a rendere il cambiamento più stabile e profondo.

    La nutrizione responsabile non è una dieta, ma un atteggiamento:
    ascoltare, scegliere con cura, rispettare i propri ritmi.

    Il pranzo del workshop diventa così un invito a portare questa attenzione anche nella vita quotidiana, trasformando un gesto semplice in un atto di cura.